Il termometro della crisi



Marzo 2019

I prezzi delle materie prime rispecchiano l’approfondirsi della crisi

I prezzi delle materie prime sono il più fedele indicatore dello stato della produzione e dei consumi, soprattutto quando il loro movimento è omogeneo, ovvero è per tutte loro, sia per quelle energetiche che per quelle alimentari o industriali ascendente o discendente Nel corso del 2018 i prezzi di tutte le materie prime hanno registrato un forte calo. Persino il prezzo dei metalli per le batterie delle auto elettriche, quelle che dovevano essere le automobili del futuro, stanno andando a picco: il cobalto, che valeva 100 mila dollari a tonnellata a metà del 2018 oggi vale meno di 40 dollari con un’offerta stimata tre volte superiore alla domanda; il valore di mercato del litio è sceso ai livelli minimi da tre anni a questa parte. Tra le materie energetiche, il prezzo del petrolio, già in caduta libera nel 2017, è sceso ancora del 7%, quello del carbone del 15%; il prezzo del gas naturale che a metà anno aveva segnato una risalita, è nuovamente crollato negli ultimi sei mesi del 30%. I prezzi delle materie prime agricole per uso industriale hanno segnato tutti un forte arretramento; quello del cotone ha segnato un meno 14%, quello della gomma un meno 6% e il prezzo del legname è crollato addirittura del 18%. Lo stesso andamento hanno fatto registrare i prezzi dei metalli: rame -5%, alluminio -8%, zinco -15%, nichel -6%, ferro -3%. Un’analoga tendenza si è verificata per i prezzi delle materie prime alimentari con quello del grano e dello zucchero scesi del 5%, quelli di soia  e riso di ben il 13% e 15% rispettivamente. Produzione e consumi crollano in tutto il mondo perché in tutto il mondo è sempre minore il valore che il processo lavorativo su base capitalistica è in grado di generare.

 

Cina: è ancora lo Stato a provare a soccorrere l’economia in crisi

Il 5 marzo, il presidente della Cina Li Keqiang ha aperto i lavori del Congresso nazionale del popolo presentando l’annuale Rapporto sul lavoro, una sorta di discorso sullo stato della nazione, nel quale sono elencate le misure per far fronte al “rallentamento” dell’economia cinese. Si tratta, in buona sostanza, delle stesse misure che hanno sostenuto artificialmente l’economia del paese dopo la crisi del 2008 portando a livelli senza precedenti l’indebitamento dello Stato, delle imprese e delle famiglie: incentivi statali per l’acquisto di automobili ed elettrodomestici, tagli alle imposte sul consumo. L’imposta sul valore aggiunto verrà ridotta maggiormente per il settore manifatturiero ma verrà ridotta anche per l’edilizia continuando in tal modo ad alimentare la bolla immobiliare: mentre cade l’acquisto per le prime case continua infatti a crescere quello speculativo. Naturalmente non mancano gli ennesimi investimenti in infrastrutture per fornire commesse nella costruzione di nuove reti viarie e ferroviarie interurbane e urbane, nella rete del gas etc. Il deficit statale verrà aumentato dal 2,4 al 2,6% del PIL, verrà permesso ai governi regionali di indebitarsi emettendo obbligazioni fino a 1,3 trilioni di yuan (circa 200 miliardi di dollari) per finanziare progetti “di sviluppo”. Il credito verrà sostenuto con ulteriori iniezioni di liquidità, riduzione dei tassi di riferimento e la concessione agli alle banche di mantenere in cassa minori coefficienti di riserva.

 

Guerra commerciale mondiale sull’automobile

Entro il mese di aprile il governo statunitense dovrà comunicare la propria decisione definitiva in merito all’adozione di tariffe protettive sull’importazione di automobili dall’Europa, sulla base di un rapporto emesso a febbraio dall’ US Department of Commerce che ha valutato se tali importazioni costituiscono una “minaccia per la sicurezza nazionale”. Dai produttori europei proviene il 55% dell’export mondiale di automobili; nel 2018 l’Europa ha esportato in tutto il mondo poco più di 5 milioni di automobile e ne ha importate poco più di 3 milioni dunque con un saldo attivo di 2 milioni di unità. Al secondo posto si collocano i produttori asiatici con il 23% (60% Giappone) seguiti da quelli del Nord America con una quota del 18%. Tutti gli analisti del settore e più in generale gli economisti hanno iniziato ad elucubrare sulle ripercussioni che l’adozione di dazi sulle auto europee da parte degli USA avrà sul PIL dei paesi del vecchio continente (un meno 0,2 oppure un meno 0,3% di PIL?) o a rompersi la testa su cosa avverrà alle compagnie europee che esportano negli Stati Uniti ma che producono negli USA oppure in Messico e Canada visto che Washington minaccia barriere daziarie anche nei confronti di quei paesi dove peraltro esistono anche stabilimenti Ford e General Motors che producono anche per il mercato degli Stati Uniti. Cosa accadrà quando l’Unione Europea, come ha già annunciato, si vedrà costretta ad adottare ritorsioni nei confronti delle importazioni in Europa di merci made in USA? Cosa farà il Giappone anch’esso minacciato da Washington di dazi del 25% sulle automobili? Cosa avverrà nella intricatissima filiera mondiale della componentistica per l’automotive? In realtà questa guerra commerciale intorno all’automobile non vedrà nessun vincitore ma solamente vinti. Quella dell’auto è l’industria fondamentale del capitalismo: dal 2017 le automobili sono state la merce più scambiata nel mondo superando le merci connesse al comparto dell’energia, finite al secondo posto. E anche nell’industria dell’auto il saggio di profitto continua a cadere. Quella automobilistica è l’industria nella quale maggiormente si sono dispiegati i metodi e i meccanismi che caratterizzano la concorrenza tra capitalisti e che conducono inesorabilmente verso la caduta dei profitti.

 

La Nuova Via della Seta muore prima di nascere

Si sta sciogliendo come neve al sole ogni genere di narrazione che le borghesie di tutto il mondo hanno costruito intorno al mercato mondiale del capitale. Tra queste, la realizzazione di una “nuova via della seta” annunciata dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013 nel corso di una sua visita in Kazakistan, un grandioso progetto  intercontinentale che attraverso cinque “corridoi” con ferrovie, autostrade ed oleodotti, avrebbe collegato la Cina con il Nordeuropa, l’Europa Centrale, Il Medio Oriente, il Golfo Persico e l’Indocina e mediante due corridoi marittimi l’Africa e l’Europa Meridionale. La mitica New Silk Road (ma più che di via della “seta” bisognerebbe parlare di via dell’acrilico o del poliestere o della plastica) non è ancora nemmeno avviata; per ora vengono spacciati per tratti della silk road progetti di infrastrutture sparsi qua e là come una ferrovia tra Adis Abeba e Gibuti, un oleodotto tra Cina e Myanmar (l’ex Birmania), o l’acquisizione da parte di investitori cinesi di moli e magazzini nel porto del Pireo. Ma negli ultimi tempi non pochi partners hanno iniziato a tirarsi fuori dal progetto: la Malesia ha sospeso la costruzione di una linea ferroviaria che avrebbe dovuto far parte del corridoio verso l’Indocina, il governo pakistano ha posto sotto revisione i costi del China-Pakistan Economic Corridor, quello del Myanmar ha sospeso i lavori per la costruzione di una diga alla confluenza dei fiumi Mali e N'Mai che dovrebbe alimentare una centrale da oltre 6 mila megawatt, progetto finanziato dalla  China State Power Investment Corporation. Il nuovo presidente delle Maldive intende rinegoziare i termini del debito contratto dal precedente governo con la Cina per la costruzione di infrastrutture nell’arcipelago. Intanto le esportazioni della Cina crollano (meno 20% a febbraio) ed il Baltic Dry Index, l’indice che rileva il volume degli scambi mondiali di merci per via marittima sprofonda a febbraio a 650 contro il 1.500 della fine del 2017 ed il 1.300 della fine del 2018.

Ottobre 2018

Indebitamento e politiche fiscali mascherano lo stato reale dell’economia degli USA

Le politiche fiscali di Washington favorevoli alle grandi imprese mascherano la reale situzione dell’economia USA:  i profitti “pre-tax”, ovvero il risultato ante-imposte, continuano a stagnare e quelli delle prime 500 “corporates” sarebbero dovuti addirittura per quasi il 40% ai tagli fiscali attuati in favore di queste ultime dall’amministrazione centrale. Il dato che meglio spiega lo stato dell’economia degli Stati Uniti è l’indebitamento delle famiglie: nel primo quadrimestre dell’anno in corso, il debito delle famiglie statunitensi, in crescita da cinque anni consecutivi, ha raggiunto la cifra record  di 13,2 miliardi di dollari: le famiglie USA sono oggi indebitate per oltre mezzo miliardo di dollari in più rispetto a quanto fossero indebitate alla vigilia della crisi del debito del 2008. Questo vuol dire che la misera “ripresina” del settore manifatturiero statunitense è ancora una volta sostenuta principalmente dall’indebitamento delle famiglie. Occorre infatti ricordare che il Prodotto Interno Lordo di una nazione è calcolato sommando, appunto, il consumo privato, il consumo del settore pubblico, gli investimenti del settore pubblico e, infine, il saldo, la differenza, tra importazioni ed esportazioni. La voce principale dell’indebitamento delle famiglie statunitensi è rappresentata dai debiti contratti per l’acquisto della casa (che alimenta la produzione di molti beni di consumo), seguono, ma a lunga distanza,  i debiti contratti per mantenere i figli agli studi e quelli per l’acquisto di un’automobile. Circa 50 milioni di famiglie (il 43% del totale) non sono in grado di sostenere le spese mensili (abitazioni, cibo trasporti, cure mediche, cura dei figli etc) e per arrivare alla fine del mese devono fare affidamento su prestiti o sulla vendita di qualche bene od oggetto di famiglia. Il 40% delle famiglie dichiara che non sarebbe in grado di far fronte  a spese non previste superiori a 400 dollari.  
 

Alcuni dati della crisi della Germania

Anche il capitalismo industriale tedesco, il più potente del continente europeo, mostra evidenti segnali di forte rallentamento: in settembre, il Purchasing Managers Index (PMI), l’indice composito che riflette produzione, nuovi ordinativi, acquisizione di beni e servizi ed occupazione nel settore manifatturiero, è sceso di oltre tre punti percentuali, dal 55,9 al 52,7%, più prossimo a quel 50% che significa franca recessione. In agosto e in settembre i consumi interni sono calati per due mesi consecutivi, un fatto che non si registrava dall’inizio della “ripresina” successiva alla crisi del 2008. I profitti delle imprese quotate alla Borsa di Francoforte sono del 10% inferiori a quelli messi a segno nel 2017 e le previsioni riguardo al PIL per l’anno in corso emesse dai cinque principali istituti economici della Germania, ne abbassano le stime di crescita dal 2,5% all’1,9%. Non se la passa meglio il capitale finanziario: il titolo della Deutsche Bank, la prima banca tedesca, è sceso in un anno del 24%, da 13,6 a 10,4 euro; nel 2008 valeva 40 euro (il titolo della seconda banca privata della Germania, la Commerzbank, valeva 79 euro nel 2008 ed oggi vale 9,4 euro). 


Il calo del prezzo del petrolio rispecchia il calo della produzione mondiale

Il prezzo del petrolio aveva raggiunto i massimi livelli prima della crisi del 2008-2009 toccando i 130 dollari al barile; crollato tra il 2014 e il 2016 a 40-50 dollari al barile, aveva segnato una ripresa dall’inizio del 2017 raggiungendo stabilmente gli 80 dollari al barile. In questi giorni il prezzo del barile torna a scnedere. Eppure i fattori “geopolitici” che, assai più della “ripresina”, contribuivano fortemente al sostegno verso l’alto del prezzo del greggio persistono: crisi dell’industria petrolifera venezuelana, riduzione dell’export iraniano, diminuzione dell’offerta libica, politiche estrattive dei principali paesi produttori a partire dagli USA, nazioni dell’Opec e Russia. L’Energy Information Administration ha annunciato che ci sarà una riduzione della produzione statunitense del 15-20%. Il prezzo del petrolio, come è ovvio, riflette l’andamento della domanda globale di energia e la sua discesa corrisponde all’accelerazione del declino produttivo su scala mondiale con la Cina che ha fatto registrare nell’ultimo quadrimestre il più basso tasso di crescita dalla crisi del 2009.

Giugno 2018

La nuova strategia di difesa degli Stati Uniti. Che però non serve contro le contraddizioni che minano il capitalismo

Il governo degli Stati Uniti ha prodotto due documenti, National Security Strategy e National Defense Strategy, che delineano la strategia che il capitalismo statunitense si appresta ad adottare per condurre la competizione con gli altri centri capitalistici mondiali. Il “pregio” dei due documenti sta nel fatto che dicono pane al pane e vino al vino, e cioè che tutte le nazioni e tutti i gruppi di nazioni sono in guerra permanente tra loro; senza gli infingimenti e le ipocrisie che contrassegnavano gli analoghi documenti della precedente amministrazione che parlavano di competizione pacifica nel quadro di un economia “globalizzata” fonte di progresso per tutti i popoli del mondo. Nel NSS si dice a chiare lettere che ”le politiche dei due decenni trascorsi, basate sulla percezione che fosse possibile aprire il commercio e le istituzioni internazionali a nazioni rivali per trasformarle in partner degni di fiducia, si sono dimostrate per la maggior parte false”. Russia e Cina, in particolare, sono indicate come “competitori ostili”, nazioni che intendono “creare un mondo contrario ai nostri interessi e ai nostri valori” le quali “sfidano il potere, l’influenza e gli interessi degli Stati Uniti erodendo la nostra sicurezza e prosperità allo scopo di stabilire la propria influenza a livello regionale e globale”. Ne consegue che gli USA, secondo i due documenti, dovranno compiere uno sforzo straordinario per adeguare a questo scenario le proprie forze armate, comprese quelle nucleari. I due documenti non esprimono la “visione del mondo” della sola amministrazione Trump; NSS e NDS esprimono invece la visione del mondo della borghesia a stelle e strisce i cui interessi complessivi sono sempre gli stessi indipendentemente da chi essa mandi alla Casa Bianca. Né al Parlamento né al Senato di Washington si sono levate voci contro la rappresentazione del mondo sulla quale si basano entrambi i documenti. Sono così serviti gli apologeti dello sviluppo armonico e pacifico garantito ai popoli di ogni continente dal modo di produzione capitalistico, l’ultima e perenne forma economica in cui, secondo loro, sarebbe destinata ad organizzarsi la società umana. Aspettiamo però ancora un documento del governo USA per una National Defense Strategy contro i meccanismi che caratterizzano il processo di lavoro su base capitalistica, i veri nemici mortali di tutte le borghesie più o meno capitalistiche del mondo.

E non serve neppure il protezionismo

La questione della guerra commerciale aperta dal governo statunitense getta nuova luce sul precipitare della crisi. Se c’è una cosa che la accelerazione protezionistica in atto da due mesi a questa parte dimostra chiaramente è che “non ce n’è per tutti”. Con buona pace della rappresentazione della globalizzazione come armonico sviluppo per tutti i popoli del mondo, il capitalismo, anche globalizzato, anzi ancor più quando è giunto finalmente alla costruzione del mercato mondiale (cosa che, come ha spiegato Marx fin dal Manifesto del 1848, era il suo fine supremo) resta pura concorrenza tra i vari capitalismi. In ogni caso, la guerra dei dazi finisce per rafforzare chi è già più forte ma non impedisce nemmeno a chi è più forte di sfuggire alle contraddizioni che fanno agonizzare il modo di produzione per ora dominante. Alla fine della fiera, quando si sarà fatto il saldo dei vantaggi e degli svantaggi derivati per gli uni e per gli altri, dall’innalzamento reciproco delle barriere doganali, è possibile che le industrie statunitensi si ritroveranno ad aver eroso spazi di mercato a quelle del resto del mondo. Ma quello che non potranno erodere (ai propri operai) saranno ancora tempi di pluslavoro e incrementi della produttività che siano sufficienti ad impedire la caduta del saggio di profitto. Gli economisti borghesi non son più in grado di nascondere il fatto che l’economia capitalistica è rimasta sostanzialmente ancora in recessione ed allora parlano di rallentamento, di “crescita frenata”, e “prevedono” per l’anno in corso e per il 2019 cali del PIL mondiale di pochi decimi di punto percentuale; per il 2020 non si sbilanciano. Il ciclo espansivo avviatosi, per intenderci, con l’apertura definitiva della Cina agli investimenti esteri (sarebbe meglio dire con la vendita all’occidente da parte della classe dominante cinese del proprio proletariato) si è di fatto interrotto da almeno sei anni e quello che viviamo è un ciclo economico basato sul generale indebitamento, di imprese, famiglie e Stati. La Cina e le altre nazioni “emergenti” non potevano subentrare in quella che Marx ha descritto come la serie storica del modo di produzione su basi capitalistiche: Italia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti. In quelle nazioni, infatti, il capitalismo non è nato spontaneamente: le condizioni naturali, geografiche, climatiche, storiche erano altre e il modo di produzione capitalistico vi è stato “artificialmente” trapiantato dalle nazioni del centro imperialista, quelle che in virtù delle condizioni suddette, qui più favorevoli per il suo sviluppo, sono state “la culla del capitalismo”. E quando il capitale sviluppato penetra in altre realtà, crea innanzitutto le condizioni per la sua propria realizzazione. Infine, il capitalismo è arrivato a completare la propria espansione nel mondo quando ormai le sue contraddizioni sono maturate ad un limite estremo. A cominciare dal rapporto tra massa dei mezzi di produzione e lavoro dell’operaio e dal grado di sfruttamento di quest’ultimo che al capitale è permesso dal rapporto che esso ha ormai raggiunto tra tempo di lavoro necessario e tempo di pluslavoro.

L’imminente scoppio della bolla immobiliare cinese

Il Prodotto interno lordo di una nazione viene calcolato sommando la spesa dei consumatori, la spesa statale, gli investimenti privati e il saldo della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni). In Cina, le prime tre voci sono costituite soprattutto da spese e investimenti privati e pubblici nel settore delle costruzioni e nel mercato immobiliare. Nel paese asiatico, per anni chiamato, senza alcuna ragione, “officina del mondo”, il mercato immobiliare rende conto direttamente del 20% e indirettamente del 30% del Pil. Le banche, private e pubbliche, hanno per anni concesso crediti per i progetti immobiliari con il risultato di far salire alle stelle i prezzi delle abitazioni, con un’accelerazione ancora maggiore negli ultimi tre anni. Dal giugno 2015, il prezzo delle case per metro quadro è cresciuto di oltre il 30%  raggiungendo in media i 200 dollari a metro quadro, quasi il 40% in più del prezzo a metro quadro delle abitazioni negli Stati Uniti. Si tratta di cifre enormi in confronto al livello del reddito della popolazione. Nello stesso tempo, il settore immobiliare è servito come mercato di sbocco di tutti i beni industriali necessari per fabbricare le case e dotarle dei necessari servizi. Lo scoppio della bolla immobiliare, che tutte le previsioni indicano imminente, colpirà quindi non solo le banche ma anche una quota importante del settore manifatturiero.

Febbraio 2018

L’economia globalizzata si regge sui debiti.

La più “autorevole” fonte borghese di dati finanziari, la statunitense Bloomberg, dichiara candidamente nel suo report di febbraio che negli ultimi dieci anni il principale fattore della crescita mondiale è stato l’indebitamento della Cina. Dunque non i profitti mondiali accumulati, non i salari spesi nel mondo, bensì i debiti contratti in Cina, cioè il credito elargito a piene mani dalle banche, ufficiali e non ufficiali, della Cina hanno permesso negli ultimi dieci anni che si producessero e si vendessero nel mondo beni di consumo, beni strumentali, materie prime energetiche, alimentari e industriali. Ed insieme al debito cinese quelli di tutti gli altri Stati del pianeta a cominciare da quello degli Stati Uniti, senza contare le politiche monetarie e fiscali, il quantitative easing della Federal Reserve e della Banca Europea, etc, etc. Fatto più grave ancora è che l’indebitamento riguarda sia le famiglie cinesi quanto, e ancor più, le grandi imprese del paese asiatico che da dieci anni a questa parte hanno attinto sfrenatamente ai prestiti bancari. Nel 1996, i crediti elargiti dal sistema bancario cinese ammontavano al 100% del Pil, nel 2008 erano saliti al 141%, nel 2014 erano al 170%; negli ultimi tre anni sono balzati al 256% (e questo senza mettere nel conto i prestiti fatti dalle cosiddette shadow-bank, le banche-ombra)! La Popular Bank Of China, la banca centrale di Pechino, ha tentato di porre un qualche freno al credito facile varando alcune regole che limitano i prestiti classificati “in sofferenza” (bad loans) e spingendo le banche  minori a fondersi con quelle maggiori ma queste modeste misure si sono rivelate inefficaci. Nello scorso dicembre si erano sparse voci di una azione più decisa per limitare la leva del credito e immediatamente l’indice della borsa di Shangai ha perso in un giorno il 3% e il tasso d’interesse dei titoli di Stato cinesi è balzato oltre il 4%. Se dunque il governo centrale adottasse misure drastiche nei confronti delle dinamiche del credito provocherebbe immediatamente la crisi, lasciando che tutto prosegua come ora non farebbe altro che ritardarle, non di molto, un evento oramai inevitabile che avrà conseguenze catastrofiche per tutto il sistema a partire da quelle nazioni della periferia le cui economie si basano sulla esportazione di materie prime verso la Cina, per poi travolgere anche quelle del centro che vi esportano o vi fabbricano in loco, beni di consumo e beni strumentali. E questo perché nelle nazioni del centro capitalistico, il profitto industriale proviene in misura sempre maggiore dalle esportazioni soprattutto verso le nazioni della periferia nella misura in cui queste ultime possono continuare ad indebitarsi e nella misura in cui i governi delle nazioni del centro possono a propria volta indebitarsi e drenare risorse interne per sostenere le proprie industrie esportatrici. In queste condizioni i mercati interni delle economie del centro deperiscono per la disoccupazione, la precarietà dei posti di lavoro, la perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni, i tagli allo stato sociale. In Italia, ad esempio, negli ultimi dieci anni la domanda costituita dai consumi delle famiglie è scesa addirittura del 28%. Il quadro generale è oramai quello di un sistema industriale orientato all’esportazione sempre più mantenuto in piedi dalle risorse “pubbliche”, gli incentivi statali (con il piano industria 4:0 e le leggi Sabatini 80 miliardi di incentivi per l’acquisto o la sostituzione di macchinari, sgravi fiscali, agevolazioni nel mercato del credito etc). Restando sempre all’Italia, nel nostro paese le industrie che sono in attivo grazie ai mercati esteri, sono quasi 200.000, ben una su quattro (anche se solo il 5% di queste sono “grandi esportatrici” ossia con un export che superi i 5 milioni di euro all’anno, e le 1.200 maggiori, da sole, producono più della metà delle esportazioni del paese). Queste condizioni si ritrovano più o meno in tutte le nazioni industrializzate: tutte competono per esportare e tutte potranno ancora esportare finché il nodo dell’indebitamento globale non verrà al pettine. E questo, comunque, con un saggio di profitto ridotto a limiti estremi come conseguenza soprattutto del grado della composizione tecnica raggiunta dai capitali che operano nella produzione e degli incrementi sempre più decrescenti della produttività che sono connaturati al modo di produzione capitalistico.

Ottobre 2017

La crisi accelera il cammino del capitale verso la concentrazione della produzione di merci

Nell’anno in corso, la concentrazione della produzione ha subito un impennata in tutte le branche del settore industriale. Basti citare l’alleanza tra Alstom e Siemens nel campo delle costruzioni ferroviarie che condurrà alla nascita di un colosso monopolistico in Europa in questo comparto, la creazione di una joint venture paritaria tra ThyssenKrupp e Tata nella produzione di acciaio nel vecchio continente, oppure, nell’industria aerospaziale,  l’acquisizione del 50% della Bombardier da parte di Airbus; o, ancora, l’imminente acquisizione della Monsanto da parte della Bayer oppure la fusione tra Fincantieri e Stx nella cantieristica navale civile e militare. La “concentrazione della produzione e del capitale in misura tale da condurre al monopolio”, per usare le parole di Lenin, è uno dei caratteri più distintivi ed importanti dell’evoluzione naturale del modo di produzione capitalistico ed è anche l’espressione della sempre più feroce concorrenza tra i singoli capitali di fronte al continuo restringersi degli sbocchi di mercato per le loro merci.


Cadono i mercati interni, si chiudono sempre di più anche quelli esteri


Anche i dati del primo semestre del 2017 relativi ai consumi interni nei paesi del centro capitalistico, dicono che la domanda interna continua a cadere; le economie di queste nazioni sono ormai sempre più orientate alla produzione per l’esportazione, ovvero orientate a competere sui mercati emergenti, che però ad emergere non ce la fanno più. Prendiamo ad esempio il nostro paese: nel fondamentale comparto delle macchine utensili, automazione e robotica, il 57% della produzione è desinato all’esportazione; viene esportato il 45% della produzione farmaceutica italiana e per le imprese di questo comparto che lavorano conto terzi, le esportazioni coprono addirittura il 70% delle vendite; la filiera tessile-moda si sostiene solamente grazie alle esportazioni che rendono conto del 50% del fatturato e percentuali analoghe si presentano nell’industria degli elettrodomestici, del mobile, della ceramica, del vetro etc;  la nautica da diporto, un punto di forza dell’industria del nostro paese, dipende per ben l’88% del fatturato dalla domanda estera. Se la bilancia commerciale italiana ha segnato nel 2016 un nuovo attivo con l’estero e se per quanto riguarda la sola bilancia commerciale manifatturiera, l’Italia si colloca tra le prime cinque nazioni del mondo, l’occupazione invece continua a contrarsi: negli ultimi quindici anni si è perso il 28% dei posti di lavoro nell’industria e se si considerano solamente i posti di lavoro a tempo indeterminato, il calo arriva quasi al 40%. Ma proprio l’analisi dell’export del comparto macchine utensili, quello più importante, nel quale l’Italia è al terzo posto nel mondo, mostra il definitivo esaurimento del ciclo espansivo che era stato innescato dal pieno e definitivo inglobamento della Cina nel mercato mondiale del capitale: nel 2016 i volumi delle esportazioni italiane sono arretrati in molti paesi a cominciare dalla stessa Cina (meno 7%, meno 316 milioni di euro) e dall’India (meno 11%), i due ex “giganti emergenti”; particolarmente pesante la caduta delle esportazioni verso l’America Latina scese di oltre il 30%, da 110 a 76 milioni di euro con l’export verso il Brasile crollato del 44%. Ancora peggio sono andate le cose per quanto riguarda la Russia (- 54%) e in Medio Oriente gli acquisti di macchine utensili italiane si sono contratti pesantemente: da oltre 130 a poco più di 100 milioni di euro. L’inevitabile crollo della domanda estera, a partire da quella dei dominati paesi ex emergenti, segnerà il definitivo affossamento di tutto il sistema.


La borghesia cinese a congresso

Ecco come si presenta lo stato dell’economia della Cina all’apertura del XIX congresso del PCE: un debito che è salito al 260% del prodotto interno lordo, un deflusso di capitali all’estero che ammonta a 1.800 miliardi di dollari negli ultimi tre anni, un’economia i cui due principali pilastri sono da almeno sei o sette anni gli investimenti in infrastrutture e nel settore immobiliare mentre ristagnano gli investimenti nei comparti manifatturieri, tutti in condizione di sovrapproduzione; una crescita del PIL che si è dimezzata nel volgere di una decina di anni, un PIL procapite che relega il “gigante asiatico” all’85° posto nella classifica mondiale. I consumi interni non crescono; per gli operai e i contadini cinesi non sono mai cresciuti, ma ora non crescono più neppure per quei settori di popolazione che hanno beneficiato della vendita del proletariato cinese al capitale internazionale. La moneta nazionale è perennemente deprezzata: solo l’1% delle riserve valutarie del mondo sono denominate in yuan, il cui utilizzo nei pagamenti internazionali non arriva al 2% a fronte del 40% del dollaro e del 34% dell’euro. A quindici anni da quando è stata battezzata “officina del mondo” la Cina continua ad essere in buona sostanza una economia di esportazione, e in gran parte di riesportazione, di beni manifatturieri a basso contenuto tecnologico. Barriere di ordine naturale e storico impedivano che il capitalismo potesse svilupparsi in Cina se non nella forma conveniente al capitale delle nazioni che sono state “la madrepatria” di quest’ultimo; dunque in forma subalterna ad esso ed alle sue specifiche contraddizioni che stanno giungendo al grado estremo. E lo stesso vale per le altre nazioni di “nuova industrializzazione” e per quelle da esse rivitalizzate come fornitrici di materie primarie negli ultimi quindici anni.

Maggio 2017

Cade pesantemente anche il PIL del capitalismo dominante

Nel primo trimestre del 2017 la crescita del PIL degli Stati Uniti è stata solo dello 0,7%, dopo che nei due trimestri precedenti aveva fatto registrare una crescita del 3,5% e del 2,1% rispettivamente. Si tratta del dato peggiore negli ultimi tre anni. La caduta della crescita del PIL è stata dovuta soprattutto al crollo della spesa dei consumatori (meno auto acquistate e meno spese per l’elettricità, in particolare). Le spese dei consumatori rappresentano quasi il 70% dell’attività economica. La crisi dunque ha raggiunto ormai il consumo immediato, a dimostrazione della sua profondità. Scrive Marx: “Le crisi non si manifestano e non scoppiano mai in un primo tempo nel commercio al dettaglio, che è in rapporto con il consumo immediato, ma nel commercio all’ingrosso e nelle banche che mettono a disposizione del primo, il capitale della società”.

Si accentua la caduta degli investimenti esteri nelle nazioni ex emergenti

Gli IDE (Investimenti diretti esteri) verso i Paesi ex emergenti, che già erano caduti da 526 a 410 miliardi di dollari dal 2015 al 2016, sono previsti in calo di almeno 40 miliardi di dollari nell’anno in corso; gli IDE verso queste nazioni toccherebbero così il livello minimo dalla “esplosione” della crisi del 2008. Nello stesso tempo continua anche la fuga di capitali da queste economie, in particolare dalla Cina da cui è previsto un deflusso netto di capitali per quasi 600 miliardi di dollari. Gli analisti economici borghesi prevedono che le politiche di Trump e quelle che dovessero attuare i partiti populisti europei, qualora andassero a governare, peggiorerebbero la situazione; a parte il fatto che è molto improbabile che la seconda cosa avvenga, la crisi non è dovuta alle politiche dei governi, ma alle intrinseche contraddizioni del modo di produzione capitalistico.

L’industria moderna è trasformazione di una parte della popolazione operaia in disoccupati

A proposito delle contraddizioni intrinseche del capitale, una commissione di funzionari cinesi ha incontrato alla fine di aprile a Milano i rappresentanti di aziende italiane della robotica per illustrare loro le opportunità che le fabbriche cinesi offrono in questo ramo e i vantaggi fiscali che Pechino garantisce a chi investe dall’estero nell’automazione dell’industria del paese. Sono già più di quaranta le aziende italiane che operano nell’automazione industriale presenti in Cina, quelle tedesche una sessantina  e in totale quelle euro-americane circa 130. Dunque anche in Cina procedono a grandi passi i rivolgimenti nella composizione tecnica del capitale che ne aumentano la parte composta da macchinari a spesa di quella composta da forza lavoro. E la eliminazione di  milioni di posti di lavoro attraverso l’impiego di con macchine non è certo compensata dall’impiego di forza lavoro nel ramo industriale che fabbrica queste macchine: la italiana COMAU, ad esempio, tra le cosiddette leader mondiali nell’automazione industriale, impiega nelle sue fabbriche in totale appena 12.000 lavoratori (dei quali 1.200 in tre siti in Cina); la svizzera ABB, la più importante azienda del mondo in questo ramo, ne impiega, nelle sue divisioni Robotics and Motion e Industrial Automation soltanto 25.000 in tutto il mondo. La sostituzione di lavoro vivo con macchine, allo scopo di ridurre a più buon mercato le merci, è una legge a cui la lotta della concorrenza sottomette ogni capitalista. Il grado della composizione tecnica del capitale produttivo esprime più d’ogni altra cosa il grado di sviluppo dell’economia capitalistica e, nello stesso tempo, lo stadio raggiunto nel suo avanzamento verso la crisi definitiva.

Gennaio 2017

Di tutto meno che seta

Nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping annunciava al mondo il progetto della “nuova via della seta”, una rotta commerciale terrestre che dovrebbe consistere in una gigantesca rete, sei “corridoi”, di autostrade, ferrovie, oleodotti il cui asse principale collegherà l’Asia centrale a quella all’Europa ma sul quale convergeranno altre tratte dalla Penisola Arabica, dalle regioni della Transcaucasia, dall’Iran e dall’Oceano Indiano. La nuova “via della seta terrestre” affiancherebbe la “via della seta marittima”. Il 18 gennaio è arrivato alla stazione di Barking, a Londra, il primo treno cinese che sia mai giunto in Europa. Il convoglio ha percorso 7.500 miglia in 18 giorni attraversando 10 nazioni. Sui vagoni, una trentina di containers pieni di valigie e altri prodotti di pelletteria, capi di abbigliamento, elettrodomestici per famiglia e…. ombrelli.

 

La crisi in Turchia

Con la caduta mondiale della produzione di plusvalore, svanisce anche il sogno della borghesia turca di vedere il proprio paese diventare il principale crocevia del flusso di merci e materie prime tra Asia ed Europa, lo snodo centrale della “nuova via della seta”. Intanto, il PIL della Turchia, che aveva toccato il 9% nel 2011, continua la discesa iniziata nel 2012 e l’anno scorso si è fermato al 2,5%. La Lira turca negli ultimi due anni si è svalutata di circa il 25% nei confronti del dollaro e di quasi il 20% nei confronti dell’euro e ciononostante anche la bilancia commerciale di Istanbul risulta anche nel 2016 in deficit, con le importazioni che superano di circa il 30% le esportazioni, soprattutto a causa delle importazioni di materie energetiche che coprono circa il 90% del fabbisogno di energia del paese. Contemporaneamente si dissolve anche l’illusione coltivata dalla borghesia turca che il proprio paese potesse diventare una potenza industriale regionale, accogliendo le filiali delle industrie occidentali, soprattutto quelle produttrici di automobili, camion, macchine agricole, cemento e investendo sulla siderurgia. Le devastanti condizioni in cui la crisi sistemica ha precipitato le nazioni che la circondano, Siria ed Iraq soprattutto, non fanno altro che accelerare gli effetti sulla Turchia, della crisi mondiale del modo di produzione capitalistico.

 

Gli emigranti ci avvisano della morte del capitalismo

Le centinaia di migliaia di emigranti che si riversano ogni anno in Europa sono la più evidente dimostrazione di cosa sia riuscito a combinare il capitale nei paesi della propria periferia. In Africa, Asia e Sudamerica, l’agricoltura di sussistenza è ormai stata quasi completamente spazzata via dall’agricoltura moderna: le terre fertili, e non solo quelle, sono diventate proprietà delle multinazionali dell’agro alimentare e là dove milioni di contadini seminavano e raccoglievano per procurare il cibo per sé e per le proprie famiglie, lavora adesso un numero infinitamente minore di braccianti e la maggior parte del lavoro è oggi svolto da trattori e mietitrebbiatrici per coltivare prodotti alimentari che per la stragrande maggioranza sono destinati all’esportazione, e prodotti agricoli per uso industriale, anche questi da esportare. I fabbri e falegnami che fabbricavano utensili per i lavori dei campi o per gli usi domestici o i filatori, tessitori e sarti che producevano gli abiti tradizionali, le stuoie, le coperte, i tappeti e quant’altro, sono stati progressivamente e inesorabilmente soppiantati dalla produzione industriale su larga scala che impiega una quota infinitamente minore di forza lavoro e che ne impiegherà sempre meno. Le stesse considerazioni valgono per l’allevamento e il commercio minuto, altre due importanti fonti di lavoro nelle formazioni economiche di quelle regioni. Le industrie, subalterne a quelle del centro imperialista, che erano cresciute negli ultimi venti anni, stanno chiudendo e in quelle che ancora producono, la manodopera viene sostituita sempre più con macchine. Coloro che non possono più essere contadini, artigiani, piccoli mercanti o operai, dapprima si riversano nelle sempre più immense bidonville delle metropoli in condizioni di esistenza disumane e poi tentano di raggiungere l’Europa dove pensano, di poter almeno sopravvivere. Questo scenario è destinato soltanto a moltiplicarsi e ingigantirsi. Nessuno può ragionevolmente pensare che verrà il giorno in cui essi potranno tornare ad essere contadini, pastori, artigiani oppure operai nei propri paesi. Né tantomeno potranno trovare un lavoro in Europa dove il Capitale, costrettovi dai propri innati meccanismi, elimina quotidianamente posti di lavoro mentre, nello stesso tempo, e proprio per questo, distrugge sé stesso.

 

Più robot, meno posti di lavoro e meno plusvalore

Il tasso di urbanizzazione, che all’inizio dell’Età Moderna costituiva uno dei requisiti per lo sviluppo del capitalismo (intorno al 25% nell’Italia del Quattrocento e di circa il 4% in Cina nella stessa epoca) è diventato sinonimo di non sviluppo: i 18 milioni di abitanti di Lagos o i 22 milioni di Nuova Delhi o i 23 milioni di Karachi dicono che nelle campagne dell’Africa e dell’Asia non c’è più posto (e non ce ne sarà mai più, finché durerà il capitalismo) per contadini ed artigiani spazzati via dall’agricoltura e dall’industria moderne. E lo stesso discorso vale per i milioni di disoccupati delle nazioni del centro imperialista, prodotti dalla sostituzione degli esseri umani con macchine non più solo nel settore primario e in quello secondario ma anche in quello dei servizi: Amazon sta per inaugurare a Breslavia, in Polonia, e a Dunstable, in Inghilterra, i primi due magazzini europei completamente automatizzati e fa volare i primi droni che consegnano la merce a domicilio. L’Adidas, l’impresa delocalizzatrice per antonomasia, ha annunciato l’apertura di una fabbrica in Baviera completamente robotizzata. Nel 2016 sono stati venduti in Cina 68.000 robot industriali, il doppio di quelli venduti nel 2015. Di questi 68.000 solo 22.000 sono stati fabbricati da industrie cinesi (e sono naturalmente quelli della qualità più bassa) e il Ministero dell’Industria e della Informazione Tecnologica ha avviato un programma straordinario di investimenti teso a iniziare a colmare il gap tra le industrie domestiche e gli overseas brands.  Il direttore dello Smart Robotics Industry Research Institute di Pechino ha avuto il coraggio di dichiarare che l’automazione serve a far fronte all’aumento del costo del lavoro e alla prevedibile mancanza di manodopera in una società destinata ad invecchiare.

Ottobre 2016

Le periferie “emergenti” del capitale nel baratro della recessione

Tutti i paesi che avevano visto rivitalizzata la propria economia in seguito all’inglobamento definitivo della Cina nel mercato capitalistico, sono ormai sprofondati nel baratro della recessione. Per quasi una decina di anni nazioni come il Brasile, il Venezuela, l’Australia, la Russia etc hanno beneficiato dell’espansione dell’industria cinese esportando materie prime energetiche, industriali e alimentari nel paese asiatico o nelle nazioni di antica industrializzazione che a loro volta esportavano beni capitali e strumentali in Cina. Ora che il ciclo espansivo si è chiuso e da due anni  i prezzi di tutte le materie prime crollano (il grano da 165 a 122 dollari a tonnellata, il petrolio da 105 a 48 dollari al barile, il ferro da 140 a 55 dollari a tonnellata, il riso da 450 a 370 dollari a tonnellata, il rame da 7.000 a 4.700 dollari a tonnellata e così via per tutte le altre) le economie primarizzate o riprimarizzate della periferia capitalistica vedono arretrare spaventosamente il proprio PIL, a tornare a crescere enormemente la disoccupazione e l’inflazione. In Russia l’inflazione è del 15% e il 70% delle famiglie spende il 50% del proprio reddito solo per mangiare. In Venezuela, dove il petrolio  costituisce il 95% dell’export, il costo mensile per l’alimentazione di una famiglia è cresciuto del 300% nell’ultimo anno. In Brasile, il cui PIL è sceso a -4%, l’inflazione è all’11% e dal 2015 ad oggi  altri 7,5 milioni di brasiliani sono scesi sotto la soglia di povertà.


Sovrapproduzione mondiale di acciaio

Dopo quasi un decennio di crescita costante, nel 2015 la produzione di acciaio è diminuita in tutte le nazioni del mondo, Cina compresa, la nazione che produce più acciaio di ogni altra. Questa tendenza si sta confermando nell’anno in corso. Dopo 9 mesi, EU28 meno 4,8%, Nord America meno 1,4%, Sud America meno 11,5%, Asia ferma a 0%. La domanda di acciaio è in calo in tutti i comparti consumatori d’acciaio, dalle costruzioni-infrastrutture all’automotive, dai macchinari ai trasporti ferroviari, navali ed aerei. L’industria siderurgica cinese svende, praticamente in perdita, i propri semilavorati così come stanno facendo anche Russia, Ucraina, Brasile, India. La sovrapproduzione della siderurgia cinese è stata costruita in dieci anni dalle grandi imprese dell’occidente che fabbricano gli impianti e i macchinari per la produzione di semilavorati e prodotti finiti in acciaio: Siemens, SMS, Fives, G.E., Danieli, Voestalpine, Hitachi, NS Sumikin etc, etc. Così come è avvenuto nel comparto dell’auto, della meccanica, delle infrastrutture etc. Con i propri beni strumentali, il capitale dell’occidente ha esportato in Cina le contraddizioni del suo processo di lavoro a partire dalla continua sostituzione di lavoro vivo con lavoro morto e dalla progressiva diminuzione degli incrementi della produttività.

Luglio 2016

Sovrapproduzione mondiale di acciaio

Dal 2005 al 2015 il consumo mondiale di acciaio è cresciuto da 1.046 a 1.500 milioni di tonnellate all’anno; nello stesso tempo la capacità produttiva globale è passata da 1.300 a 2.200 milioni di tonnellate l’anno. Nel 2015, però, per la prima volta dall’inizio del secolo con l’eccezione dell’anno in cui si è svelata la crisi, il 2009, la produzione di acciaio è diminuita in tutto il mondo: Asia - 2,3% (Corea del Sud - 2,6%, meno 5% il Giappone e meno 2,3% la Cina), meno 10,5% negli Stati Uniti. In Europa il calo è stato dell’1,8% (Germania -0,6%, Italia e Francia -7,1% e Inghilterra -10,4%.  I dati del primo trimestre del 2016 indicano che la diminuzione della produzione prosegue: su scala mondiale si è registrato un calo del 3,6%. A partire dall’inizio dello scorso anno il mercato ha iniziato ad essere sommerso da una valanga di prodotti siderurgici a prezzi sempre più bassi e ovviamente a svendere a prezzi addirittura inferiori ai costi di produzione, sono le nazioni che presentano il maggior eccesso di capacità produttiva con in testa la Cina. Lo scenario della siderurgia mondiale è quello di un’enorme sovrapproduzione eppure le imprese occidentali che detengono il monopolio della costruzione di impianti e macchinari per la fabbricazione dell’acciaio continuano a vendere e installare i propri prodotti nei paesi periferici. Se tutti gli impianti che sono in corso di costruzione nel mondo dovessero entrare in funzione, nel 2017 la capacità produttiva globale balzerebbe a oltre 2.400 milioni di tonnellate, per il 72% prodotte nelle nazioni della periferia capitalistica. La crisi della siderurgia ha naturalmente trascinato con sé quella dell’industria estrattiva a cominciare da quella del ferro dato che il 95% del ferro estratto nel mondo finisce nel ciclo dell’acciaio. Il prezzo del minerale che negli ultimi cinque anni era sempre rimasto intorno ai 150 dollari a tonnellata, ormai da un anno è al di sotto dei 50 dollari a tonnellata. Tutte le compagnie minerarie, perfino i colossi anglo australiani Rio Tinto e BHP Billiton, vedono i propri profitti crollare e tagliano la produzione (e gli occupati).

Ottobre 2015

Come aiutare il capitale a rovinarsi con le proprie mani

L’ultima finanziaria del governo italiano è una vera e propria manna per gli industriali: oltre alla detassazione degli straordinari e dei premi di produttività, alla soppressione dell’IMU sui beni produttivi ancorati al suolo (gli “imbullonati”), e alla riduzione dell’IRES (l’imposta sul reddito delle società) dal 27% al 24%, godranno di un aumento del 40% della deduzione fiscale dei costi sostenuti per investimenti in beni ammortizzabili (che vanno dai robot ai computer comprendendo tutti i generi di macchinari, anche quelli agricoli) oltre al rinnovo della “Nuova” Sabatini, la legge che concede finanziamenti agevolati per l’acquisto o il noleggio di macchine utensili. Incentivi, insomma, a sostituire forza lavoro con macchine. Assecondando la legge coercitiva a cui soggiacciono i capitalisti industriali, quella che li spinge a introdurre sempre nuovi metodi di produzione per abbassare il prezzo delle proprie merci al di sotto di quello delle merci dei concorrenti. Con il risultato contraddittorio che il saggio di profitto cade per tutti quando il nuovo metodo produttivo si generalizza. Marx ha scritto che il capitale è di per sé stesso una contraddizione perché eliminando forza lavoro distrugge la stessa sorgente del plusvalore.

Segare il ramo su cui si è seduti

Le spiegazioni di parte borghese della crisi dell’economia cinese sono le più disparate e contraddittorie. Si imputa la crisi al basso livello dei consumi sul mercato interno e nello stesso tempo si stigmatizza l’aumento dei salari. In realtà, in Cina, il tasso di crescita dei salari nominali, dopo essere aumentato mediamente del 12% annuo tra il 2000 e il 2010, con un picco del 15% nel 2008, ha iniziato a declinare anno dopo anno fino all’8% dell’anno che sta per chiudersi. Il fatto è che, anche per quanto riguarda la Cina, la causa della crisi va ricercata nei meccanismi che regolano il processo produttivo, ovvero nell’incremento decrescente della produttività e nell’aumento “storico” della quota di capitale costante (non compensata dagli incrementi di produttività). Meno plusvalore rispetto al capitale impiegato. Nel paese asiatico, lo stock di robot industriali, pur restando di gran lunga sottodimensionato rispetto a quello delle nazioni più avanzate (0,3 ogni 100 operai contro i 2,9 del Giappone, i 2,6 della Germania e l’1,7 degli USA), è triplicato dal 2007 con una più forte accelerazione tra il 2010 e il 2014: 14.000 nuovi robot acquistati nel 2010 e 50.000 nel 2014. Il mercato cinese della robotica industriale è dominato dalle imprese straniere (70% delle vendite, 90% nella fascia alta dei prodotti, soprattutto in quelli per l’automotive). Il governo locale del Guandong, la regione della Cina dove esiste la più altra concentrazione di industrie (produce da sola un quarto del PIL della Cina), ha stanziato 152 miliardi di dollari per robotizzare 1050 fabbriche e impiantare 2 fabbriche di robot. In questa regione, nella città di Dongguan, dovrebbe sorgere la prima fabbrica completamente robotizzata la Everwin Precision Technology dove in futuro dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) operare 1000 robot con soli 200 operai. Si legga: segare il ramo su cui si sta seduti.

Agosto 2015

Anche gli sceicchi si indebitano

Il governo dell’Arabia Saudita, la nazione che detiene le seconde più grandi riserve di petrolio del mondo, ha emesso buoni del tesoro a cinque, sette e dieci anni per un totale previsto, entro la fine dell’anno, di 20 miliardi di dollari USA. L’indebitamento serve a sostenere le spese in infrastrutture per l’estrazione petrolifera, l’edilizia e quant’altro. Gli sceicchi riempiono i propri paesi di grattacieli, alberghi, isole e atolli artificiali, improbabili piste da sci, autodromi, velodromi, ippodromi, stadi, palazzetti dello sport etc.; ci mettono dentro il meglio della tecnologia e degli arredi occidentali. Ospitano corse, campionati e tornei degli sport dell’occidente, congressi, spettacoli ed eventi di dimensioni stratosferiche. E investono, come sempre, i loro petrodollari nelle banche e nelle imprese delle nazioni industrializzate. Restituiscono così all’occidente la rendita della proprietà del suolo ed anche una buona parte del profitto medio. Le classi borghesi o feudal-borghesi delle nazioni esportatrici di materie prime e dei paesi di nuova industrializzazione  si comportano nei confronti dell’Occidente come le aristocrazie germaniche nei confronti dell’Impero romano: quando quest’ultimo crollò sotto il peso delle specifiche contraddizioni del modo di produzione schiavista, vi entrarono per vedere se potevano far qualcosa per rimettere in piedi il sistema che aveva permesso loro, grazie ai commerci del limes, di elevarsi come classe dominante sui propri  popoli.  

Non basta aprire l’ombrello per far piovere

Il governo egiziano chiama le imprese dell’occidente a raddoppiare per 72 Km su quasi 200, il canale di Suez. La spesa prevista sarà di una quindicina di miliardi di dollari ma sicuramente lieviterà in corso d’opera. Il presidente Abdel al-Sisi ha dichiarato che ci si aspetta di veder raddoppiare il transito delle navi e, con esso, gli introiti: da 5 a 10 miliardi di dollari l’anno; “sperando così di rivitalizzare un’economia moribonda” scrive cinicamente il Financial Times. E’ vero che l’allargamento del canale consentirà il passaggio delle gigantesche petroliere e porta containers che ora sono costrette a circumnavigare il Capo di Buona Speranza; ma è anche vero che il Baltic  Dry Index, l’indice che misura il movimento marittimo mondiale delle merci, è sceso al di sotto perfino del livello che aveva toccato all’indomani della crisi del 2008. Appunto: non basta aprire l’ombrello per far piovere.

Crollano profitti e occupazione nelle imprese di commodities

Ennesimo bollettino di guerra nel settore dell’energia come conseguenza del crollo del prezzo di petrolio e gas: British Petrol annuncia 6500 licenziamenti dopo che i guadagni dalle operazioni di estrazione di petrolio e gas sono stati di 1 miliardo di dollari nell’ultimo quadrimestre contro i 4,7 dello stesso quadrimestre di un anno prima. Petrobras registra un calo del 20% dei profitti quadrimestre su quadrimestre e annuncia un taglio del 30% degli investimenti. Le americane Chevron e Conoco licenziano ciascuna 1.500 lavoratori. L’italiana Saipem ha perso 1,1 miliardi di dollari rispetto al precedente quadrimestre e pianifica tagli occupazionali in giro per il mondo per più di 8 mila posti di lavoro. L’anglo-olandese Shell taglia del 20% i propri programmi di esplorazione ed estrazione e 6.500 posti di lavoro. Exxon ha registrato un calo dei profitti del 75% in un anno. La francese Total ha pianificato il licenziamento di 2000 dipendenti. Stesso panorama per le imprese di servizi petroliferi: per citare solo le maggiori, Schlumberger annuncia 9.000 licenziamenti, Baker Huges 7.000, Halliburton 6.400, Wetherford 4.000 e Nabors 3.500.

Marzo 2015

La frana del comparto energetico

Il crollo del prezzo del greggio trascina con sé quello dei profitti delle compagnie petrolifere. Le prime trimestrali di Exxon-Mobil, Bp, Chevron, Total, Eni, Royal Dutch Shell, Repsol segnano cali degli utili tra il 25 e il 30%. Tutto questo si traduce in tagli degli investimenti, chiusura di giacimenti, cancellazione di nuove esplorazioni. La prima delle grandi compagnie del petrolio, l’americana Exxon-Mobil ha annunciato tagli agli investimenti del 15%, British Petrol e la cinese Cnooc addirittura del 30%. La crisi del settore comporta un’ecatombe di posti di lavoro. E a licenziare i dipendenti non sono solo le centinaia di piccole compagnie che vanno in fallimento, ma anche le grandi. La francese Shlumberger, una delle più importanti drilling companies del mondo, ha lasciato senza lavoro dall’inizio dell’anno 10.000 dipendenti, un’altra big del comparto, Backer Huges, ne ha licenziati 6.000 e Halliburton altri 2.000. Da quando è iniziata la discesa del prezzo del greggio, negli USA sono stati chiusi più di duecento impianti di trivellazione. L’effetto domino si trasmette all’industria siderurgica che vede crollare la domanda di tubi d’acciaio, all’industria chimica che fornisce i prodotti per i processi di lavorazione del greggio, alle imprese che forniscono le tecnologie per il ciclo del petrolio etc. Naturalmente le prime a entrare in sofferenza sono le estrazioni più costose, quelle sui “terreni peggiori”: piattaforme off-shore, pre-salt, shale oil. Royal Dutch Shell ha interrotto l’estrazione da tre delle quattro piattaforme con cui opera nel Mare del Nord. Petrobras, all’interno di un programma di disinvestimento del 20%, intende vendere le licenze di sfruttamento di giacimenti pre-salt. L’agenzia per l’energia degli USA ha annunciato il primo calo di produzione di shale-oil da 4 anni a questa parte.

 

Gruppo di lavoro 21 febbraio 1848
 

Ultima Pubblicazione
 

studio del modo di produzione
 
Economia
 
Storia
 
Autodeterminazione
 
Collegamenti